Bar chiuso per un pusher, è polemica: facciamo caffé, non siamo poliziotti

Nel locale i vigili avevano fermato un noto pusher, ma i titolari attaccano le autorità: volevate far scalpore e finire sul giornale?

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Il cartello di protesta preparato dalle gestrici del bar Le Sorelle di Casazza, chiuso temporaneamente dalla questura, foto da pagina Facebook
Il cartello di protesta preparato dalle gestrici del bar Le Sorelle di Casazza, chiuso temporaneamente dalla questura, foto da pagina Facebook
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E’ polemica, a Brescia, per la decisione del questore di chiudere nuovamente il bar Le Sorelle di Casazza, che già era stato sottoposto a provvedimento nella prima metà di aprile. Con diversi post su Facebook, infatti, le gestrici hanno polemizzato con la questura, pubblicando anche l’immagine di un cartello che recita: “Noi siamo baristi, non poliziotti”.

L’accusa – come si legge in una nota – è quella di aver fatto da base per le attività di un “noto pusher”, senza aver adeguatamente vigilato. Ma la versione dei baristi è completamente diversa.

Secondo la ricostruzione pubblicata dai gestori del bar su Facebook, infatti, mercoledì 21 giugno “un piccolo uomo che, apparentemente senza alcuna buona ragione, cammina a zonzo tra i tavoli esterni di un bar” ha deciso improvvisamente di sedersi a un tavolo e – in men che non si dica – “quattro agenti della Polizia Municipale in borghese incaricati in questo tipo di operazioni si avventano verso quello che si rivela essere un piccolo spacciatore, lo perquisiscono ed ammanettato lo portano via”. L’uomo sarebbe stato rilasciato dopo tre ore, ma a pagare il conto più caro sarebbe stato il bar.

“Non è chiaro, dunque, il motivo per cui debba esser punita un’attività di lavoratori onesti per colpa di qualcun’altro”, scrivono i gestori. “I quattro agenti attivi in questa operazione stavano indagando e seguendo il percorso dello spacciatore già dapprima che questo si sedesse ad uno dei nostri tavoli. Quindi, avendo tutta la possibilità di fermarlo sotto casa, lungo la via, davanti ad un supermercato o ad una porta perché aspettare che si fermasse a un tavolo del nostro bar? Volevate far scalpore e finire sul giornale?”.

“Noi serviamo il caffè indipendentemente da chi ce lo ordina – si legge ancora – che sia italiano o originario del Senegal, della Nigeria, del Ghana, del Pakistan, del Bangladesh, del Marocco o di qualche altro paese.. Ovviamente a patto che si comporti da buon cliente educato e rispettoso nei confronti dell altri. In caso questo non avvenisse e che quindi la persona in questione stia creando solo situazione di disturbo, noi possiamo intervenire per cercare di cacciarla, ma non sempre questo è possibile.. In tal caso, è doveroso prendere il cellulare e chiamare le autorità affinché intervengano”.

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