Bigio: l’ideologia non deve soffocare la cultura | LA LETTERA

Tutte opere coetanee del Bigio, espressione della medesima cultura anche politica, hanno subito sorti diverse. Possibile che certi problemi esistano solo a Brescia?

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La rubrica delle lettere al direttore di BsNews.it
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Caro direttore,

inevitabile conseguenza dell’atteggiamento poco chiaro, se non ambiguo, dell’amministrazione comunale, ecco riapparite l’ annosa, ridicola e provinciale polemica sul destino del .

Discussione stucchevole che continua a girare e rigirare intorno ad un falso problema, ovvero il presunto significato politico della statua di , che stavolta vorrebbe addirittura arruolare nel governo grillo-leghista inventandosi una ragione più attuale giustificare la settantennale detenzione dell’opera nel deposito comunale di via Rose di Sotto.

La narrazione proposta, anzi riproposta, con molta superficialità e abbondanza di luoghi comuni da Pasotti nasconde in realtà un paradosso: l’utilizzo strumentale del concetto di “libertà” per giustificare la volgare censura politica di un’opera d’arte, cioè la cosa meno liberale che si possa immaginare.

Ma in un paese civile la retorica ideologica non dovrebbe mai soffocare la cultura.

Sul valore culturale del Bigio e sul suo reale significato, a 72 anni dal 1945 in teoria non dovrebbero esserci più dubbi.

L’opera di Dazzi, unica nel suo genere, è in realtà colpevole solo di essere stata creata nel 1932 (come l’INPS, che però continua tranquillamente ad erogare pensioni…) e soprattutto di essere stata ribattezzata ad un certo punto della sua vita col nome di “Era Fascista” (originariamente era dedicata “alla Gioventù d’Italia” ed “al ricordo della grande Vittoria”) tra l’altro per circostanze contingenti e abbastanza occasionali che nessuno riesce nemmeno a ricordare.

Non è però più possibile ignorare la posizione di rilevo della piazza bresciana nel contesto culturale del suo tempo.

Piazza Vittoria è uno dei più significativi esempi di spazio metafisico ed anche uno dei primissimi esempi della cosiddetta arte monumentale novecentista, l’estetica basata sull’integrazione tra architettura, urbanistica ed arti figurative che avrebbe poi caratterizzato le opere urbanistiche del regime e dato vita anche ad un importante dibattito culturale protrattosi per un decennio abbondante con la partecipazione di tutti i più importanti architetti ed artisti del tempo, non solo italiani.

In questo clima culturale Piacentini a Brescia sperimenta per la prima volta il dialogo e la combinazione tra forme diverse di arte arricchendo la piazza di originali opere di scultura: il bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo posto sulla Torre della Rivoluzione, opera di Romano Romanelli (rimosso e ad oggi disperso, forse nascosto in qualche deposito comunale), l’Arengario scolpito in pietra rossa da Antonio Maraini (l’unica opera sopravvissuta riportando solo danni limitati), l’altorilievo di Arturo Martini con l’Annunciazione (distrutto dalle bombe alleate) e, infine, per l’appunto il colosso di Dazzi.

“Il periodo tra le due guerre nel nostro Paese è in assoluto il capitolo dell’architettura contemporanea più studiato nelle principali università del mondo” aveva dichiarato Giorgio Muratore, professore di Storia dell’Architettura Contemporanea alla Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma, recentemente scomparso, al Corriere della Sera nel 2015, mentre sull’argomento, così come sull’arte del periodo, in effetti, si moltiplicano in tutto il mondo pubblicazioni, saggi, studi e mostre.

L’ultima, imponente e completa, si è chiusa pochi mesi fa alla Fondazione Prada di Milano (“Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943″, dove facevano bella mostra di sé il plastico di Piazza Vittoria e le gigantografie del Bigio) mentre tra pochi giorni se ne aprirà un’altra, tra Milano e Rovereto, dedicata a Margherita Sarfatti e al movimento culturale del Novecento Italiano.

Per Flavio Pasotti la ricomposizione, per quanto possibile, della piazza secondo la sua originaria concezione, nel rispetto della cultura del suo tempo, sarebbe “insopportabilmente ipocrita”.

Viene però da chiedersi come mai solo a Brescia ci si pongano problemi di questo genere.

Se si spingesse lo sguardo oltre il casello di Brescia Ovest si scoprirebbe che il mondo la pensa in modo diverso, e che la misera polemica politica bresciana odora di arretratezza e oscurantismo, atteggiamenti tutt’altro che consoni ad una città colta, operosa ed evoluta come la nostra.

A Roma, alla Sapienza, qualche mese fa è stato presentato in pompa magna il restauro filologico del monumentale affresco di Mario Sironi “L’Italia tra le arti e le scienze” che ha restituito al capolavoro bellezza e significato originari, inclusa la integrale simbologia ideologica e politica, dopo decenni di maldestra censura operata dalle mediocri pennellate di un imbianchino che lo aveva ridipinto per ordine del comitato di epurazione.

A Milano, al Palazzo di Giustizia (opera di Piacentini come Piazza Vittoria), nell’aula di udienza della V sezione civile la giustizia viene amministrata in nome del Popolo Italiano sotto lo sguardo di Benito Mussolini in persona.

L’aula, infatti, è dominata dal grande quadro di Primo Conti, pittore novecentista, intitolato “La Giustizia del Cielo e della Terra” nel quale spicca il Duce in attesa del suo giudizio divino in compagnia di Napoleone, Cicerone, Giustiniano e del poeta Virgilio.

Sino al 2008 la figura di Mussolini era coperta da un telo arancione appiccicato alla tela nel 1945 per ordine del CLN (situazione quindi simile a quella del Bigio), poi l’opera fu restaurata senza problemi dal Mibac e restituita integralmente nel suo aspetto originario.

A pochi metri di distanza troviamo l’altorilievo “La Giustizia Fascista” di Arturo Martini (che non ha neppure mai cambiato nome), mentre scendendo al primo piano si può dare un’occhiata al grande mosaico di Sironi “La Giustizia Armata con la Legge” che, carico di iconografia fascista, domina l’aula della Corte d’Assise d’Appello.

Se questo non bastasse a meno di un chilometro di distanza, in Piazza Cavour al Palazzo dei Giornali si può ammirare il monumentale mosaico di Sironi “Lavoro Fascista/Italia Corporativa”, anch’esso censurato, smontato e abbandonato per anni in un magazzino, ma recuperato dall’ENI, restaurato e ricollocato nel suo spazio originario dove oggi è meta di visite guidate del FAI.

E potremmo continuare, dal navigatore di Genova, “cugino” del Bigio mai toccato e tranquillamente al suo posto dal 1938, all’obelisco del Foro Italico di Roma, ai mosaici della Stazione Marittima di Messina, ai padiglioni novecentisti dell’Università di Padova, disegnati da Giò Ponti ed affrescati da Massimo Campigli.

Tutte opere coetanee del Bigio, espressione della medesima cultura anche politica, spesso cariche di simbologie oramai storicizzate.

Possibile che certi problemi esistano solo a Brescia?

Massimo Weilbacher

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